mercoledì 21 agosto 2013

TRE METRI SOPRA I PROPRI MEZZI



(Gianluca Frattini)
Il modello economico tedesco è fonte di continui elogi da parte di politici, autorità europee e commentatori economici, i quali vorrebbero che fosse adottato da tutta l’Europa dei PIIGS, attraverso le famose riforme strutturali. E’, infatti, proprio grazie al modello di sviluppo che la Germania ha intrapreso dopo le riforme attuate a cominciare dal 2002 che il paese ha potuto dar vita al suo “miracolo economico”. In realtà numericamente nulla di effettivamente impressionante, se si tiene conto che il tasso di crescita medio tra il 2000 e il 2010 si è mantenuto sempre sotto la media UE. Però è innegabile che la Germania, grazie alle sue riforme, è riuscita a tirarsi fuori  dalla decennale stagnazione di cui soffriva, ha potuto facilitare il processo d integrazione della parte est del paese incominciata nel decennio precedente e, soprattutto, è riuscita a mantenere tassi di crescita positivi per quasi tutto il periodo successivo alla crisi del 2008, mostrando una capacità di resistenza notevole.
Contemporaneamente, dagli stessi che osannano tale modello, arrivano i rimproveri più forti nei confronti dei paesi mediterranei, i quali sono ritenuti colpevoli di aver intrapreso un percorso di crescita  non sostenibile dove, a elevati consumi non è corrisposta un’altrettanto elevata produttività; per utilizzare  un’espressione alquanto abusata: “hanno vissuto sopra i propri mezzi”.

Qui, però, dovrebbe essere evidente a tutti la presenza di un errore logico di notevoli dimensioni.
La Germania, infatti, da quando è entrata nell’euro, e soprattutto a seguito delle riforme Hartz IV, ha visto costantemente calare la percentuale dei Consumi nazionali e quella degli Investimenti privati domestici rispetto al prodotto totale. Da dove è arrivata allora la crescita? Come potete ben immaginare il colpevole è il commercio internazionale: i tedeschi hanno accresciuto considerevolmente le proprie esportazioni verso il resto del mondo, e in particolare verso i paesi dell’Eurozona, grazie ai quali, tra il 2006 e il 2012, sono riusciti ad accumulare un surplus commerciale pari al 6% del PIL (reinvestito poi nei paesi periferici).
Ma, allora, se i paesi mediterranei non avessero “vissuto sopra i propri mezzi”, importando e consumando più di quanto producevano,  la Germania a chi avrebbe venduto il suo eccesso di produzione? Tutto alla Cina? Pare impossibile (si consideri poi che già adesso la Germania mostra una bilancia commerciale con la Cina  negativa, ossia sono importatori netti da quest’ultima).
La verità è che, senza quell’eccesso di consumo nei PIIGS, non solo la crescita europea del decennio passato sarebbe stata anche più asfittica, ma la Germania non sarebbe mai uscita dalla profonda crisi che la attanagliava da anni, avrebbe avuto ancora più difficoltà con il processo d’integrazione della parte est e, soprattutto, non sarebbe certo diventata un modello economico da importare.
Pertanto, poiché a ogni debito corrisponde un credito e ad ogni deficit un surplus, come è possibile criticare un sistema economico e contemporaneamente elogiarne uno ad esso collegato e dipendente?

Questo discorso ha anche un corollario. I tedeschi sono divenuti sempre più un popolo di risparmiatori, ma questo eccesso di risparmio privato non si è tramutato in un incremento degli investimenti domestici: come sopra accennato, sono diminuiti sia quelli privati che quelli pubblici rispetto al prodotto totale. Secondo Hans Sinn (2011) ben 2/3 dei risparmi nazionali sono finiti all’estero e, come potete immaginare, si sono diretti come investimenti verso i paesi del Mediterraneo – Portogallo, Spagna, Grecia - . Molti di questi flussi finanziari sono serviti per alimentare il debito pubblico di alcuni di questi paesi (Grecia), la bolla immobiliare in altri (Spagna) e, più in generale, quell’”orgia” di spesa che ha permesso loro di vivere sopra i propri mezzi.
Il fatto è che spesso, quando si parla della necessità di portare avanti le riforme strutturali nei PIIGS, si sostiene che ciò aiuterebbe a creare quelle condizioni necessarie ad aumentare gli investimenti domestici e soprattutto per attirare quelli esteri, per divenire così economie più simili a quelle del blocco tedesco. Si tratterebbe di trasformare il mercato del lavoro, di riformare la giustizia per renderla più rapida e il diritto più certo,di  cambiare il sistema fiscale, ridurre i vincoli burocratici, migliorare le infrastrutture, ridurre corruzione ed evasione, eccetera.
Certo, indispensabile, ma allora sorge spontanea una questione: gli investitori privati in Germania ( ma anche in Francia, Olanda e Finlandia), hanno tutti ritenuto il proprio paese meno attraente a causa della giustizia più lenta, il diritto meno certo, il mercato del lavoro più rigido, la burocrazia più farraginosa e, in generale, un clima economico-istituzionale meno favorevole? Strano.
 Sarà che per gli investitori questi elementi sono forse meno rilevanti di quanto si voglia pensare, e che sono ben altre le logiche che li spingono a d investire, molto più legate ai ritorni di breve e brevissimo periodo? Non corriamo il rischio, allora, che queste riforme, almeno nello short-run, abbiano un impatto meno positivo di quanto atteso e sperato?
Ok, spero di essere stato chiaro nell’enucleare il ragionamento.
A questo punto è però opportuno fare un chiarimento.
Tutto questo discorso non mira assolutamente a bollare la Germania e il suo modello come “cattivi” e, viceversa, a giustificare le scelte economiche dei paesi oggi in crisi. Tanto meno si vuole negare la necessità per i paesi mediterranei (a cominciare dal nostro, attanagliato da problemi strutturali dal lato offerta di lunghissimo periodo) di portare avanti profonde riforme alle proprie economie e istituzioni. La necessità nasce, non tanto dalle richieste dell’Europa, della Bce o della Troika, ma dalla necessità di far fronte, oggi più che mai, alle sfide poste da un mercato sempre più finanziarizzato e globalizzato e da quelle date dall’evoluzione demografica dell’Occidente, con popolazioni che invecchiano e riducono il proprio tasso di natalità.
 Lo scopo di questo post è invece duplice.
Innanzitutto far comprendere che in un mondo sempre più interconnesso, le soluzioni “a un solo paese” sono, oltre che impossibili,controproducenti, e che le scelte (libere e democratiche) di un paese si ripercuotono necessariamente, e non sempre in modi facilmente prevedibili, sugli altri. E questo vale ancor di più per un’Unione Valutaria, la quale, se vuole dare un senso alla propria esistenza e, soprattutto, se vuole continuare a sopravvivere, deve incominciare a pensare come se fosse davvero un’unica identità federale, attuando politiche nazionali che siano compatibili anche  a livello comunitario, in una logica cooperativa.
in secondo luogo, sarebbe opportuno che l’approccio ai problemi economici perdesse un po’ la sua vena “moralistica”, e abbandonasse i concetti di “compiti a casa”, “vivere sopra i propri mezzi”, “paesi virtuosi e paesi spendaccioni”, e adoperasse più quelli di azione-reazione e causa-effetto. Ne gioveremmo tutti.



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